Incontro con Hamid Ziarati

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Ancora una volta ci sarà un incontro con gli autori dei nostri amati libri.
Giovedì 14 gennaio, lo scrittore iraniano Hamid Ziarati sarà graditissimo ospite del Circolo di lettura di Susa.
Ziarati, 49 anni originario di Teheran, è giunto in Italia, a Torino, all’età di 15 anni. Là ha frequentato il liceo e il Politecnino, laureandosi in ingegneria.
Il suo libro “Salam, maman“, scritto nel 2006, racconta le vicende di Alì, un bambino iraniano, e della sua famiglia durante gli eventi degli anni ’70 che portarono alla cacciata dello scià e alla rivoluzione islamica di Khomeini.

L’ingresso è gratuito, come sempre!

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Nuovo ciclo di incontri su “Le grandi ideologie del ‘900”

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Il mare in montagna, due professori.

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Björn Larsson con il suo libro “Raccontare il mare” ha portato un po’ di mare ai piedi del monte Rocciamelone, a Susa, in occasione del Salone Off.
Ad accoglierlo e fare gli onori di casa c’era Antonita Fonzo, assessore alla cultura di Susa nonché sua “collega” italiana di letteratura francese.

#SaltOff

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Lo scrittore danese Björn Larsson oggi a Susa per il Salone off

Larsson a Susa 2015- #SaltOff

 

Oggi alle 18, nel cortile del Municipio di Susa, lo scrittore danese Björn Larsson presenterà il proprio libro “Raccontare il mare“, con la conduzione di Antonita Fonzo, Assessore alla cultura del comune di Susa.
(Curiosità: entrambi sono docenti di letteratura francese)

Il Salone Off 2015 arriva a Susa

(Molto) Bene.

Il Salone Off 2015 esce dal Lingotto e per la prima volta arriva nella città di Susa.
Ci siamo adoperati per farlo accadere ed ora, con la collaborazione del Comune di Susa, è tutto per voi.
La prossima settimana, da giovedì 14 a lunedì 18 maggio, ci sarà ogni giorno un autore, un libro, un luogo per parlare:

Giovedì 14, alle 18 nella Biblioteca civica, Pierangelo Chiolero presenta “Passaggio al Moncenisio“, con la conduzione di Grazia Ottanà del Circolo di Lettura.

Venerdì 15, alle 18 nel cortile del Municipio, ci sarà Björn Larsson che presenta “Raccontare il mare“, con la conduzione di Antonita Fonzo, Assessore alla cultura del comune di Susa.

Sabato 16, alle 18 alla Libreria Panassi, Antonio Moccia presenta “Sistema Italia“, con la conduzione del nostro Giorgio Brezzo.

Domenica 17, alle 18 presso l’Ufficio del Turismo, Giacomo Verri presenta “Racconti partigiani“, con la conduzione di Lucia Malengo del Circolo di Lettura.

Lunedì 18, alle 18 presso la Libreria Panassi, Mario Tonini e Giorgio Brezzo presentano “Le pagine della Grande Guerra“, il progetto editoriale de La Valsusa.

Ci vediamo lì.

Locandina Salone Off - Susa - Associazione culturale Segno (842 x 1190)

 

 

La liberazione/caduta/evacuazione di Saigon

Imbarco alla base aerea di Tan Son Nhut
Imbarco alla base aerea di Tan Son Nhut
Assalto all'ambasciata Usa
Assalto all’ambasciata Usa
Imbarco dal tetto dell'ambasciata Usa
Imbarco dal tetto dell’ambasciata Usa
Serve spazio sulla portaerei
Serve spazio sulla portaerei
L'ingresso dei nordvietnamiti a Saigon
L’ingresso dei nordvietnamiti a Saigon
I carri armati entrano nel cortile del Palazzo dell'Indipendenza
I carri armati entrano nel cortile del Palazzo dell’Indipendenza

 

Il 30 aprile 1975 terminò ufficialmente la guerra in Vietnam.
Dopo varie fasi, lungo tre decenni, andò in scena l’epilogo: i marines statunitensi evacuarono con gli elicotteri migliaia di loro compatrioti da Saigon, la capitale della Repubblica Sud, e dopo poche ore divisioni corazzate nordvietnamite entrarono in città, ribattezzandola Ho Chi Minh (in onore del fondatore del Vietnam socialista) e dichiarando sciolto il Vietnam del Sud.

Il ricordo dell’inviato Bernardo Valli (da repubblica.it)


LA MATTINA DEL 30 APRILE 1975, un mercoledì grigio, insolito per la pioggia fine e triste che cadeva sulle strade deserte della Saigon tropicale, il generale Du’o’ng Van Minh, conosciuto come il Big Minh, non si era fatto la barba. Non ne aveva avuto il tempo e una peluria bianca spuntava sul mento. I pochi fedelissimi rimastigli accanto nel deserto palazzo dell’Indipendenza (Doc Lap), senza più sentinelle e funzionari, avevano notato quella banale incuria in un uomo di solito ordinato, curato nella persona come attento coltivatore delle orchidee del suo giardino. Da un paio d’ore era il presidente della repubblica e lo sarebbe rimasto ancora per pochi minuti. Era abituato a ricoprire la massima carica dello Stato per brevissimi tempi e in caso di emergenza.

Dodici anni prima, nel 1963, dopo il colpo di Stato e l’assassinio del cattolico Ngo Dinh Diem, era stato presidente per tre mesi. Questa volta non aveva l’esercito alle spalle e gli americani, non più complici come allora, se n’erano andati. Al culmine della guerra ce n’erano più di mezzo milione. Sessantamila erano morti e ne erano rimasti più di ventimila come consiglieri di vario tipo, poi fuggiti all’ultimo momento come stormi d’uccellacci a bordo di un’assordante, disordinata squadriglia di elicotteri. La più grande evacuazione eliportata della storia e anche la più precipitosa. Graham Martin s’era involato a testa alta e con la bandiera sotto il braccio dalla terrazza della sua ambasciata, mentre una pattuglia di marines teneva a bada col fucile spianato i vietnamiti che invocavano un passaggio o che aspettavano sulla strada il momento per saccheggiare l’edificio. Adesso il cielo era opaco per le nubi leggere. Ma era deserto. Silenzioso. Soltanto dal vasto abitato di Saigon uscivano ogni tanto i rumori di esplosioni isolate, di sporadiche raffiche di mitra, di qualche colpo d’arma da fuoco senza seguito. Il brontolio dell’artiglieria era ancora lontano. Per il Big Minh serviva da orologio: più si avvicinava, più i tempi si stringevano.

In città i ladri sfondavano indisturbati vetrine e saracinesche; i soldati gettavano i fucili e si strappavano di dosso le divise; un ufficiale si suicidava vicino al monumento ai caduti sotto gli occhi di un giornalista; gli abitanti rinchiusi in casa ascoltavano angosciati le ultime notizie alla radio. Lui, il Big Minh, attendeva dignitoso i vincitori nel palazzo deserto. Indossava una sahariana a maniche corte. Aveva scelto quella giacca di taglio militare per compiere il più importante atto della sua vita: il passaggio del potere ai comunisti di cui gli avevano appena annunciato l’imminente arrivo. A lui spettava di concludere una guerra tra le più lunghe della storia. Ne era convinto. Ed era emozionato. Aveva passato una notte insonne. Un amico, Jean Louis Arnaud, reporter francese, che lo
incontrò in quel momento d’attesa, gli strinse la mano e la trovò grondante di sudore. Una guerra di più di trent’anni, se si contano le varie fasi: quella giapponese durante il Secondo conflitto mondiale, quella coloniale francese fino al 1954, quella successiva americana fino al ’72, e adesso quella tra vietnamiti del Sud e del Nord infine soli, faccia a faccia, che stava per concludersi.

Big Minh si illudeva. Pensava di essere preso sul serio. Immaginava i vincitori comunisti disposti a una cerimonia in cui lui, conosciuto come un leader neutrale, avrebbe negoziato la resa. Un’ora prima, alla radio, aveva ordinato all’esercito sudista di cessare il fuoco, e invitato gli avversari a fare altrettanto. La telefonata del venerabile Tri Quang, rispettata autorità religiosa buddista, l’aveva convinto che non restava altro da fare. Arrendersi.

BIG MINH aveva accettato il consiglio, ma sperava ancora di avere un dialogo con i comunisti in arrivo. Un dialogo che salvasse l’onore. Quello del Sud e il suo personale di soldato, stimato per il coraggio e la tattica intelligente. Anni prima aveva sconfitto la setta criminale dei Bix Xuyen, e domato la rivolta degli insubordinati Hoa Hao. E aveva inoltre difeso i buddisti perseguitati dal cattolico Diem.

La pace era imminente, ma non “nell’onore” come aveva annunciato due anni prima Richard Nixon alla firma degli accordi di Parigi, che avevano consentito la partenza dal Vietnam degli americani entro i primi giorni del ’73. Per questo il negoziatore americano, Henry Kissinger, aveva ottenuto il premio Nobel per la pace. Le Duc Tho, il negoziatore vietnamita, l’aveva rifiutato perché sapeva che la guerra non era finita. Big Minh era un generale senza esercito. Era senza potere e quindi non aveva nulla da proporre ai vincitori in quelle ore. Né poteva pretendere quello che i militari chiamano l’onore delle armi. Rappresentava l’estremo tentativo di evitare un massacro simile a quello avvenuto pochi giorni prima a Pnom Penh, in Cambogia. Là i khmer rossi avevano vuotato la città appena conquistata come una pattumiera umana e ucciso chiunque si opponesse o rappresentasse il vecchio regime. I nordvietnamiti si sarebbero comportati altrimenti, si sarebbero dimostrati vincitori generosi, clementi, al momento dell’ingresso a Saigon praticamente senza difesa. Poi, soltanto col tempo, avrebbero “rieducato” la società con mano dura, severa, provocando esodi (i boat people) e tante tragedie collettive e individuali.

Quella mattina d’aprile, nell’attesa che i comunisti infine comparissero con i loro carri armati, la capitale era in preda alla paura. La paura della vendetta. In molte regioni regnava il panico. Centinaia di migliaia di famiglie, tra le quali molte cattoliche, fuggivano davanti ai carri armati dei vincitori. Big Minh rappresentava non senza dignità, e a mani nude, quella gente in fuga, inseguita da una minaccia diffusa per anni dalla propaganda annunciante il terrore comunista, una minaccia coltivata, ampliata dalla voce popolare, che alla fine non si sarebbe concretizzata. Alcuni cronisti sciocchi dissero che le masse scappavano dal comunismo in arrivo e inseguivano il consumismo perduto. Quel che era in gioco, per chi fuggiva davanti all’esercito del Nord, era la vita. Anche se poi in realtà non lo era. O lo era per pochi. Per quei rari soldati che avevano deciso di farsi uccidere pur di non abbassare le armi o per chi doveva rispondere di crimini imperdonabili ovunque. Nei trent’anni di guerra e di odio la morte era di casa. E l’esistenza che cambiava era in quelle ore qualcosa di molto simile alla morte.

Gli americani avevano deciso di sganciarsi dal Vietnam ormai da cinque anni: dal ’68, dall’offensiva del Tet, che era stata respinta ma durante la quale si erano trovati i viet cong sotto il letto. In quell’occasione la guerra vietnamita si era rivelata una trappola. Si poteva vincere qualche battaglia e contenere il Nord, ma a un prezzo insostenibile: la presenza senza fine di mezzo milione di soldati e l’opinione pubblica negli Stati Uniti in agitazione, con punte di rivolta. In quella guerra, l’America stava perdendo l’anima (con le torture, le repressioni indiscriminate, i bombardamenti a tappeto, con l’uso di armi chimiche) senza poter mascherare l’inconfessabile sotto il manto di una vittoria. La super potenza che aveva trionfato nel Secondo conflitto mondiale, veniva umiliata in un angolo del pianeta, la Penisola indocinese. Nel frattempo stava per nascere un rapporto con la Cina maoista, ormai avversaria dell’Unione Sovietica e il fronte comunista mondiale risultava così spaccato. Il conflitto vietnamita diventava obsoleto, come la politica del roll back o del containment destinata ad arginare il comunismo in Asia. La teoria del domino, secondo la quale la caduta di Saigon nelle mani del Nord avrebbe provocato un’inarrestabile estensione del comunismo, non aveva più credito. I nuovi legami con Pechino avrebbero garantito al contrario col tempo l’espansione di un capitalismo autoritario nel Sud Est asiatico, sul modello di Singapore.

L’intesa di Parigi era servita a prendere tempo. Aveva dato un paio d’anni al regime del Sud. E la scadenza era in arrivo dalle prime settimane del ’75: i capisaldi dell’esercito sudista cadevano come birilli, spesso senza combattere: Ban Be Thuot, Hue, Da Nang, Chu Lai, Quang Ngai, Qui Nhon, Nha Trang. Era il rapido rosario della fine. Il governo di Hanoi non aveva spostato dal Nord, per precauzione, una sola divisione, la 308esima. Tutte le altre, ed erano diciotto, convergevano verso Saigon, la capitale del Sud. Erano unità corazzate, accompagnate da fantaccini (bo doi) con i sandali ritagliati dai copertoni usati dei camion. Le famose calzature dell’esercito contadino che a Dien Bien Phu, nel 1954, aveva sconfitto l’Armée coloniale dei generali usciti da Saint Cyr.
Dopo dieci anni di presidenza, davanti all’imminente, inevitabile crollo del Sud, Nguyen Van Thieu era fuggito con la moglie maledicendo i protettori americani che l’avevano “tradito “. Big Minh aveva accettato di sostituirlo, nove giorni dopo, nella speranza di gettare le basi per una riconciliazione col Nord. Contava sul comune nazionalismo. “L’unione nel nome della patria”. Ma il Nord lo ignorò. Erano trascorsi quindici minuti dal mezzogiorno umido di quel 30 aprile 1975 quando tre T54 di fabbricazione sovietica, con la bandiera del Fronte di Liberazione nazionale, due strisce rosse e blu orizzontali con al centro una stella d’oro, sfondavano il cancello del Palazzo dell’Indipendenza. Si fermavano un attimo davanti alla facciata, sparavano una cannonata a salve e proseguivano la loro corsa sui prati, seguiti da una dozzina di altri blindati pesanti.

Il generale Minh non si aspettava di incontrare il presidente dell’Fln, Nguyen Huu Tho, ma almeno un suo rappresentante con il quale celebrare la cerimonia della resa e del passaggio dei poteri. E invece si trovò davanti un semplice ufficiale, comandante della colonna corazzata, preoccupato soltanto di controllare il palazzo e di issare la bandiera della Repubblica del Vietnam. Nel centro di Saigon sfilavano già i reparti di bo doi sotto gli sguardi stralunati della gente che usciva lentamente dalle case. Il comandante della colonna corazzata relegò il Big Minh e i suoi ministri in un salone, e il presidente esautorato due ore dopo avere assunto la carica venne invitato ad annunciare alla radio che la Repubblica del Sud era ufficialmente sciolta e che si era arresa al governo provvisorio rivoluzionario del Nord. Poi sarebbe stata proclamata la riunificazione. Sul ponte che scavalca il Fiume rosso, nel Tonchino, ventun anni prima, un bo doi inseguì l’ultimo soldato francese che se ne andava sconfitto, e gli sferrò un calcio nel sedere. Il francese si voltò e salutò militarmente. Il vietnamita rispose allo stesso modo. Come un soldato.

Conoscere Susa nel 1700 e 1800

Locandina Susa 1700_1800
L’ultimo di 3 appuntamenti per (ri)scoprire la storia di Susa.
Questa settimana: SUSA NEL 1700 E 1800.

Venerdì 10 aprile alle ore 17 presso la libreria Panassi di Via Roma ci sarà una relazione di Mario Cavargna (la Provincia di Susa) e di Roberto Follis (Opere pubbliche).

Sabato 11 marzo alle ore 15 il ritrovo sarà in Piazza San Giusto per una visita guidata ai luoghi descritti il giorno precedente (ed una sorpresa!)

La partecipazione è gratuita ad entrambe le giornate.

In collaborazione con l’associazione Segusium, con gli Amici del Castello della marchesa Adelaide e con il Gruppo Teatro Insieme.

Partecipano all’iniziativa la Pasticceria del Ponte e il Caffè del Sole.

Il Circolo di lettura incontra Fabio Geda

Fabio Geda - Se la vita che salvi è la tuaDopo il piacevole incontro dello scorso mese, il Circolo incontra nuovamente gli autori, presso la libreria Panassi di Susa, in Via Roma.

Oggi sarà con noi Fabio Geda, torinese classe ’72, autore del fortunato “Nel mare ci sono i coccodrilli” e da sempre impegnato nel testimoniare le difficoltà e il disagio minorile.

Alle 16:30 Geda incontrerà le lettrici ed i lettori del Circolo, per discutere con loro del libro “Se la vita che salvi è la tua“.
Al termine (ore 18:00 circa) ci sarà un incontro aperto al pubblico, nel corso del quale Geda presenterà il suo libro, con il coordinamento della nostra Lucia Malengo

L’ingresso è gratuito, come sempre!

Incontro con l’autore Pierpaolo Vettori

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Abbiamo chiesto all’amica Grazia Ottanà di raccontarci qualcosa dell’incontro con Pierpaolo Vettori:
“Lo scorso 5 marzo, per la terza volta, il nostro Circolo di Lettura si è riunito presso la libreria Panassi in Susa, e come una leggera brezza primaverile abbiamo vissuto una bella novità. Abbiamo ospitato, per la prima volta, l’autore del libro da noi scelto il mese precedente:  “La vita incerta delle ombre” di Pierpaolo Vettori. Il libro di genere fantasy, si presenta con qualità di scrittura elevata e curata; la storia conduce all’interno del nostro personale labirinto, affinché, come i personaggi del romanzo, ognuno di noi possa trovare la luce che ci conduce all’esterno.
L’incontro, che ha visto la presenza di un certo numero di persone oltre a noi del circolo, è stato intenso ed emozionante, grazie alla profondità d’animo e di espressione del nostro ospite che con grande capacità comunicativa ci ha trasmesso il suo pensiero e l’essenza del romanzo. Stimolato, più che da domande, da spunti di riflessione, Pierpaolo Vettori ha spiegato il suo personale punto di vista sulla realtà, portando come esempio il simbolo del Tao: “Se la realtà è la parte bianca della nostra vita dobbiamo ricordarci che ne esiste un’altra di eguali dimensioni, l’ombra che l’accompagna, come direbbero i personaggi del romanzo”.
Ha continuato poi l’autore: “Concentrandosi solo sulla parte di realtà tangibile si rischia di perdere gran parte dell’immenso che è la nostra stessa esistenza, di ciò che ci accade quotidianamente. Esiste dunque una parte di non reale, di fantastico, che ci spinge a varcare il limite per poter vivere la nostra vita così come deve essere, speciale”.
Al termine della conversazione Pierpaolo Vettori si è piacevolmente intrattenuto con quanti dei presenti hanno avuto curiosità da chiedere, in un clima semplice e sereno, dove non sono mancati momenti di allegria.
Chiusa questa esperienza siamo pronti per viverne un’altra: il 9 aprile ci incontreremo nuovamente per discutere con l’ autore Fabio Geda il suo ultimo libro ‘Se la vita che salvi è la tua‘.”

Grazia Ottanà

Conoscere Susa la Medioevale

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Il secondo di 3 appuntamenti per (ri)scoprire la storia di Susa.
Questa settimana: ASPETTI DI SUSA MEDIOEVALE.

Venerdì 27 marzo alle ore 17 presso la libreria Panassi di Via Roma ci sarà una relazione di
Guido GENTILE(Cori lignei alpini) e
Andrea LUDOVICI (Pitture murali in Valle di Susa).

Sabato 28 marzo alle ore 15 il ritrovo sarà in Piazza San Giusto per una visita guidata ai luoghi descritti il giorno precedente (ed una sorpresa!).

La partecipazione è gratuita ad entrambe le giornate.

In collaborazione con l’associazione Segusium e con gli Amici del Castello della marchesa Adelaide.

Partecipa all’iniziativa la Crota ‘d Ti Tin.